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Barcellona di streghe e muffe.
Di Massi (del 09/02/2007 @ 23:49:30, in Vita a Barcellona, linkato 4805 volte)
Pubblico il post di Anna, una nostra lettrice e prossima Italiana a Barcellona:

Senza sceglierla, senza conoscerla, tra un mese abiterò a Barcellona. Motivi di lavoro del mio compagno, casi della vita (mi ero da poco trasferita a Parigi) mi portano a lei.
Ieri sera sono rientrata in aereo su Parigi dopo una settimana passata là per cercare la casa. All'aeroporto ho visto l'insegna "ILLY caffé" e mi sono sentita in salvo, come se per giorni fossi stata immersa in una dimensione parallela, sinistra. Strana città: intestinale, sciatta, buia, larga, percorsa senza interruzione da un movimento continuo, brulicante, sordo. O ero io che non potevo fermarmi? Di corsa tra un metrò e l'altro, da un appartamento all'altro (tutti bui, umidi, tutti dalle camere microscopiche, mi sono chiesta se i catalani temono la luce) cercavo di cogliere o rubare alla città una qualità, un segreto, un codice d'accesso.
Strana condizione quella di ritrovarsi a dover abitare una città senza mai averci pensato prima, senza conoscerla, senza amarla. Cosa mangerò? Cosa mangiano i catalani? Prosciutti appesi dappertutto, rami di peperoncino, verdura e frutti lussureggianti, prosciutto, prosciutto, prosciutto, sembrano nutrirsi prevalentemente di prosciutto. Poi scopro un mercato, mi ci siedo in mezzo, mangio seduta al bancone calamaretti su due uova fritte, buonissimi. Mi sento felice, penso: mi piace. Ma è il primo giorno. Il secondo è brutto tempo, un uomo all'uscita del metrò mi offre la carta da visita di un mago, acquisto un telefono e il numero comincia con 666, affiorano sentimenti di superstizione che avevo da tempo educato e imbavagliato sotto il segno della ragione. Vedo appartamenti brutti. Un agente immobiliare mi mette in guardia contro tutti, dice che non devo fidarmi che di lui. Divento sospettosa, visito appartamenti con la scritta "venduto", divento abile nel decifrare menzogne pronunciate in catalano, un'agente immobiliare donna, tutta vestita di nero, gli occhi sfuggenti, mi ricorda certe streghe medioevali, mi stupisco che non si sieda accovacciata sul bordo di quella che lei chiama terrazza e che è in realtà un balcone di 1 metro per 50 cm, e parta in volo.
Ogni tanto cerco di prolungare i miei giri verso il quartiere gotico, la cattedrale mi rassicura sulla bellezza della città, mi mimetizzo tra i turisti per sentirmi meno spersa, per avere una chiave di decifrazione, un: "oh, che bello!" che mi permetta di pensare qualcosa di compiuto sulla città, un suonatore di pifferi peruviani mi apre sentieri-viali, di estatica grazia tra costola e costola, ma è un attimo, la volgarità della Rambla, coi kebab che rosolano nello smog, si è già portata via tutto, più tardi respiro di nuovo, un po', tra il verde di certi alberi zeppi di pappagalli cantanti. Imparo le zone della città, giro con la mia lista del " Collegi d'administrators de Finques" (l'unica attendibile) di quartiere in quartiere, di casa in casa, scelgo e prediligo le visite alle case di quartieri come Saint Gervasi, Puxtet, dove un certo clima borghese mi consola del caos della città. Poi trovo la mia casa. A Puxtet, in una via di pini e mimose che sale verso il parco. E' grande, ha una grande terrazza che domina Barcellona, è cara (ma in Italia per la stessa metratura e la stessa vista l'avrei pagata un affitto 3 volte più caro). Mi appoggio al muro della terrazza e insieme all'agente (di nuovo donna, mezza età) stiamo in silenzio qualche minuto a contemplare la città che si stende immensa tra collina e collina, spuntano tra la folla dei tetti la Sagrada Familia (miracolo della fantasia quando niente la blocca) e certa immensa torre fallica-fosforescente , di certo architetto contemporaneo di cui mi hanno detto il nome e che ho dimenticato. Dico "Barcellona muy bonita", la donna risponde qualcosa senza sorridere ed io capisco che ha detto "è troppo grande". Penso che deve aver giocato e corso tra i vicoli di Barcellona prima che arrivasse l'ondata della moda, degli architetti, delle auto, dei turisti in calzoncini corti, chissà come era.
Guardo meglio la donna per decifrarne l'età, mi chiedo quanti anni poteva avere sotto Franco. Ha un ché di triste che ho visto sulla faccia di tutti i catalani della sua generazione. Un ché di stanco. Il sole sta calando dietro Montjuic.

Anna